rale egli pur questo che vedi
da me condotto. Il prode Achille intanto
niuna si prende né pietà né cura
degl'infelici Achivi. Aspetta ei forse
che mal grado di noi la fiamma ostile
arda al lido le navi, e che noi tutti
l'un su l'altro cadiam trafitti e spenti?
Ahi che la possa mia non è più quella
ch'agili un tempo mi facea le membra!
Oh quel fior m'avess'io d'anni e di forza,
ch'io m'ebbi allor che per rapiti armenti
tra noi surse e gli Elèi fiera contesa!
Io predai con ardita rappresaglia
del nemico le mandre, e l'elïese
Ipirochìde Itimonèo distesi.
Combattea de' suoi tauri alla difesa
l'uom forte, e un dardo di mia mano uscito
lui tra' primi percosse, e al suo cadere
l'agreste torma si disperse in fuga.
Noi molta preda n'adducemmo e ricca:
di buoi cinquanta armenti, ed altrettante
di porcelli, d'agnelle e di caprette,
distinte mandre, e cento oltre cinquanta
fulve cavalle, tutte madri, e molte
col poledro alla poppa. Ecco la preda
che noi di notte ne menammo in Pilo.
Gioì Nelèo vedendo il giovinetto
figlio guerrier di tante spoglie opimo.
Venuto il giorno, la sonora voce
de' banditor chiamò tutti cui fosse
qualche compenso dagli Elèi dovuto.
Di Pilo i capi congregârsi, e grande
sendo il dovere degli Elèi, fu tutta
scompartita la preda, e rintegrate
l'antiche offese. Perciocché la forza
d'Ercole avendo desolata un giorno
la nostra terra, e i più prestanti uccisi,
e di dodici figli di Nelèo
prodi guerrier rimasto io solo in Pilo
con altri pochi oppressi, i baldanzosi
Elèi di nostre disventure alteri
n'insultâr, ne fêr danno. Or dunque in serbo
tenne il vecchio per sé di tauri intero
un armento trascelto, e un'ampia greggia
di ben trecento pecorelle, insieme
co' mandriani; giusta ricompensa
di quattro egregi corridor, mandati
in un col carro a conquistargli un tripode
nell'olimpica polve, e dall'elèo
rege rapiti, rimandando spoglio
de' bei corsieri il doloroso auriga.
Di questi oltraggi il vecchio padre irato
larga preda si tolse, e al popol diede,
giusta il dovuto, a ripartirsi il resto.
Mentre intenti ne stiamo a queste cose,
e offriam per tutta la città solenni
sacrifici agli Eterni, ecco nel terzo
giorno gli Elèi con tutte de' lor fanti
e cavalli le forze in campo uscire,
ed ambedue con essi i Molïoni,
giovinetti ancor sori ed inesperti
negl'impeti di Marte. Su l'Alfèo
in arduo colle assisa è una cittade
Trïoessa nomata, ultima terra
dell'arenosa Pilo. Desïosi
di porla al fondo la cingean d'assedio.
Ma come tutto superaro il campo,
frettolosa e notturna a noi discese
dall'Olimpo Minerva, ad avvisarne
di pigliar l'armi; e congregò le turbe
per la cittade, non già lente e schive,
ma tutte accese del desìo di guerra.
Non mi assentiva il genitor Nelèo
l'uscir con gli altri armato; e perché destro
nel fiero Marte ancor non mi credea,
occultommi i destrieri. Ed io pedone
v'andai scorto da Pallade, e tra' nostri
cavalier mi distinsi in quella pugna.
Sul fiume Minïèo che presso Arena
si devolve nel mar, noi squadra equestre
posammo ad aspettar l'alba divina,
finché n'avesse la pedestre aggiunti.
Riunito l'esercito, movemmo
ben armati ed accinti, e sul merigge
d'Alfèo giungemmo all'onde sacre. Quivi
propizïammo con opime offerte
l'onnipossente Giove; al fiume un toro
svenammo, un altro al gran Nettunno, e intatta
a Palla una giovenca. Indi pel campo
preso a drappelli della sera il cibo,
tutti ne demmo, ognun coll'armi indosso,
tornâr contente alla magion del padre
Giuno Argiva e Minerva Alalcomènia.

Libro Sesto
Soli senz'alcun Dio Teucri ed Achei
così restaro a battagliar. Più volte
tra il Simoenta e il Xanto impetuosi
si assaliro; più volte or da quel lato
ed or da questo con incerte penne
la Vittoria volò. Ruppe di Troi
primo una squadra il Telamonio Aiace,
presidio degli Achivi, e il primo raggio
portò di speme a' suoi, ferendo un Trace
fortissimo guerriero e di gran mole,
Acamante d'Eussòro. Il colse in fronte
nel cono dell'elmetto irto d'equine
chiome, e nell'osso gli piantò la punta
sì che i lumi gli chiuse il buio eterno.
Tolse la vita al Teutranìde Assilo
il marzio Dïomede. Era d'Arisbe
bella contrada Assilo abitatore,
uom di molta ricchezza, a tutti amico,
ché tutti in sua magion, posta lunghesso
la via frequente, ricevea cortese.
Ma degli ospiti ahi! niuno accorse allora,
niun da morte il campò. Solo il suo fido
servo Calesio, che reggeagli il cocchio,
morto ei pur dal Tidìde, al fianco cadde
del suo signore, e con lui scese a Pluto.
Eurìalo abbatte Ofelzio e Dreso; e poscia
Esepo assalta e Pedaso gemelli,
che al buon Bucolïone un dì produsse
la Naiade gentile Abarbarèa.
Bucolïon del re Laomedonte
primogenito figlio, ma di nozze
furtive acquisto, conducea la greggia
quando alla ninfa in amoroso amplesso
mischiossi, e di costor madre la feo.
Ma quivi tolse ad ambedue la vita
e la bella persona e l'armi il figlio
di Mecistèo. Fur morti a un tempo istesso
Astïalo dal forte Polipete;
il percosso Pidìte dall'acuta
asta d'Ulisse; Aretaon da Teucro.
D'Antiloco la lancia Ablero atterra,
Èlato quella del maggiore Atride,
Èlato che sua stanza avea nell'alta
Pedaso in riva dell'ameno fiume
Satnioente. Euripilo prostese
Melanzio; e l'asta dell'eroe Leìto
il fuggitivo Fìlaco trafisse.
Ma l'Atride minor, strenuo guerriero,
vivo Adrasto pigliò. Repente ombrando
li costui corridori, e via pel campo
paventosi fuggendo in un tenace
cespo implicârsi di mirica, e quivi
al piede del timon spezzato il carro
volâr con altri spaventati in fuga
verso le mura. Prono nella polve
sdrucciolò dalla biga appo la ruota
quell'infelice. Colla lunga lancia
Menelao gli fu sopra; e Adrasto a lui
abbracciando i ginocchi e supplicando:
Pigliami vivo, Atride; e largo prezzo
del mio riscatto avrai. Figlio son io
di ricco padre, e gran conserva ei tiene
d'auro, di rame e di foggiato ferro.
Di questi largiratti il padre mio
molti doni, se vivo egli mi sappia
nelle argoliche navi. - A questo prego
già dell'Atride il cor si raddolcìa,
già fidavalo al servo, onde alle navi
l'adducesse; quand'ecco Agamennòne
che a lui ne corre minaccioso e grida:
Debole Menelao! e qual ti prende
de' Troiani pietà? Certo per loro
la tua casa è felice! Or su; nessuno
de' perfidi risparmi il nostro ferro,
né pur l'infante nel materno seno:
perano tutti in un con Ilio, tutti
senza onor di sepolcro e senza nome.
Cangiò di Menelao la mente il fiero
ma non torto parlar, sì ch'ei respinse
da sé con mano il supplicante, e lui
ferì tosto nel fianco Agamennòne,
e supino lo stese. Indi col piede
calcato il petto ne ritrasse il telo.
Nestore intanto in altra parte accende
l'acheo valor, gridando: Amici eroi,
Dànai di Marte alunni, alcun non sia
ch'ora badi alle spoglie, e per tornarne
carco alle navi si rimanga indietro.
Non badiam che ad uccidere, e gli uccisi
poi nel campo a bell'agio ispoglieremo.
Fatti animosi a questo dir gli Achei
piombâr su i Teucri, che scorati e domi
di nuovo in Ilio si sarìan racchiusi,
se il prestante indovino Eleno, figlio
del re troiano, non volgea per tempo
ad Ettore e ad Enea queste parole:
solitario nel piano ergesi un colle
a cui s'ascende d'ogni parte. È detto
da' mortai Batïèa, dagl'immortali
tomba dell'agilissima Mirinna;
ivi i Teucri schierârsi e i collegati.
Capitan de' Troiani è il grande Ettorre,
d'eccelso elmetto agitator. Lo segue
de' più forti guerrier schiera infinita
coll'aste in pugno di ferir bramose.
Ai Dardani comanda il valoroso
figliuol d'Anchise Enea cui la divina
Venere in Ida partorì, commista
Diva immortale ad un mortal; ned egli
solo comanda, ma ben anco i due
Antenòridi Archìloco e Acamante
in tutte guise di battaglia esperti.
Quei che dell'Ida alle radici estreme
hanno stanza in Zelèa ricchi Troiani
la profonda beventi acqua d'Asepo,
Pandaro guida, licaonio figlio,
cui fe' dono dell'arco Apollo istesso.
Della città d'Apesio e d'Adrastèa,
di Pitïèa la gente e dell'eccelsa
ferèa montagna han duci Adrasto ed Anfio
corazzato di lino, ambo rampolli
di Merope Percosio. Era costui
divinator famoso, ed a' suoi figli
non consentìa l'andata all'omicida
guerra. Ma i figli non l'udir; ché nero
a morir li traea fato crudele.
Mandâr Percote e Prazio e Sesto e Abido
e la nobile Arisba i lor guerrieri,
ed Asio li conduce, Asio figliuolo
d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne
da fervidi portato alti cavalli
alla riviera sellentèa nudriti.
Dalla pingue Larissa i furibondi
lanciatori pelasghi Ippòtoo mena
con Pilèo, bellicosi ambo germogli
del pelasgico Leto Teutamìde.
Acamante e l'eroe duce Piròo
i Traci conducean quanti ne serra
l'estuoso Ellesponto; ed i Cicòni
del giavellotto vibratori, Eufemo
del Ceade Trezeno alto nipote;
poi Pirecme i Peòni a cui sul tergo
suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce
la rimota Amidone, e l'Assio, fiume
di larga correntìa, l'Assio di cui
non si spande ne' campi onda più bella.
Dall'èneto paese ov'è la razza
dell'indomite mule, conducea
di Pilemene l'animoso petto
i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo
e di splendide case abitatori
lungo le rive del Partenio fiume,
e d'Egiàlo e di Cromna e dell'eccelse
balze eritine. Li seguìa la squadra
degli Alizoni d'Alibe discesi,
d'Alibe ricca dell'argentea vena.
Duci a questi eran Hodio ed Epistròfo,
e Cromi ai Misii e l'indovino Ennòmo.
Ma con gli augurii il misero non seppe
schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde
del Pelìde, quel dì che di nemica
strage vermiglio lo Scamandro ei fece.
Forci ed Ascanio dëiforme al campo
dall'Ascania traean le frigie torme
di commetter battaglia impazïenti.
Di Pilemene i figli Antifo e Mestle,
alla gigèa palude partoriti,
ai Meonii eran duci, a quelli ancora
che alla falda del Tmolo ebber la vita.
Quindi i Carii di barbara favella
di Mileto abitanti e del frondoso
monte de' Ftiri e del meandrio fiume
e dell'erte di Mìcale pendici.
Anfimaco a costor con Naste impera,
figli di Nomïon, Naste un prudente,
Anfimaco un insano. Iva alla pugna
carco d'oro costui come fanciulla:
stolto! ché l'oro allontanar non seppe
l'atra morte che il giunse allo Scamandro.
Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro
preda del forte vincitor rimase.
Venìan di Licia alfine, e dai rimoti
gorghi del Xanto i Licii, e li guidava
l'incolpabile Glauco e Sarpedonte.

Libro Terzo
Poiché sotto i lor duci ambo schierati
gli eserciti si fur, mosse il troiano
come stormo d'augei, forte gridando
e schiamazzando, col romor che mena
lo squadron delle gru, quando del verno
fuggendo i nembi l'oceàn sorvola
con acuti clangori, e guerra e morte
porta al popol pigmeo. Ma taciturni
e spiranti valor marcian gli Achivi,
pronti a recarsi di conserto aita.
se di lui tosto non si fosse avvista
l'alma figlia di Giove Citerea
che d'Anchise pastor l'avea concetto.
Intorno al caro figlio ella diffuse
le bianche braccia, e del lucente peplo
gli antepose le falde, onde dall'armi
ripararlo, e impedir che ferro acheo
gli passi il petto e l'anima gl'involi.
Mentre al fiero conflitto ella sottragge
il diletto figliuol, Stènelo il cenno
membrando dell'amico, ne sostiene
in disparte i cavalli, e prestamente
all'anse della biga avviluppate
le redini, s'avventa ai ben chiomati
corridori d'Enea; di mezzo ai Teucri
agli Achivi li spinge, ed alle navi
spedisceli fidati al dolce amico
Dëipilo, cui sopra ogni altro eguale,
perché d'alma conforme, in pregio ei tiene.
Esso intanto l'eroe capaneìde
rimontato il suo cocchio, e in man riprese
le riluccnti briglie, allegramente
de' cavalli sonar l'ugna facea
dietro il Tidìde che coll'empio ferro
l'alma Venere insegue, la sapendo
non una delle Dee che de' mortali
godon le guerre amministrar, siccome
Minerva e la di mura atterratrice
torva Bellona, ma un'imbelle Diva.
Poiché raggiunta per la folta ei l'ebbe,
abbassò l'asta il fiero, e coll'acuto
ferro l'assalse, e della man gentile
gli estremi le sfiorò verso il confine
della palma. Forò l'asta la cute,
rotto il peplo odoroso a lei tessuto
dalle Grazie, e fluì dalla ferita
l'icòre della Dea, sangue immortale,
qual corre de' Beati entro le vene;
ch'essi, né frutto cereal gustando
né rubicondo vino, esangui sono,
e quindi han nome d'Immortali. Al colpo
died'ella un forte grido, e dalle braccia
depose il figlio, a cui difesa Apollo
corse tosto, e l'ascose entro una nube,
onde camparlo dall'achee saette.
Il bellicoso Dïomede intanto,
Cedi, figlia di Giove, alto gridava,
cedi il piè dalla pugna. E non ti basta
sedur d'imbelli femminette il core?
Se qui troppo t'avvolgi, io porto avviso
che tale desteratti orror la guerra,
ch'anco il sol nome ti darà paura.
Disse; ed ella turbata ed affannosa
partiva. La veloce Iri per mano
la prese, la tirò fuor del tumulto
carca di doglie e livida le nevi
della morbida cute. Alla sinistra
della pugna seduto il furibondo
Marte trovò: la grande asta del Nume
e i veloci corsier cingea la nebbia.
Gli abbracciò le ginocchia supplicando
la sorella, e gridò: Caro fratello,
miserere di me, dammi il tuo cocchio
ond'io salga all'Olimpo. Assai mi cruccia
una ferita che mi feo la destra
d'un ardito mortal, di Dïomede,
che pur con Giove piglierìa contesa.
Sì prega, e Marte i bei destrier le cede.
Salì sul cocchio allor la dolorosa,
salì al suo fianco la taumanzia figlia,
e in man tolte le briglie, a tutto corso
i cavalli sferzò che desïosi
volavano. Arrivâr tosto all'Olimpo,
eccelsa sede degli Eterni. Quivi
arrestò la veloce Iri i corsieri,
li disciolse dal giogo, e ristorolli
d'immortal cibo. La divina intanto
Venere al piede si gittò dell'alma
genitrice Dïona, che la figlia
raccogliendo al suo seno, e colla mano
la carezzando e interrogando, Oh! disse,
oh! chi mai de' Celesti si permise,
amata figlia, in te sì grave offesa,
come rea di gran fallo alla scoperta?
Il superbo Tidìde Dïomede,
rispose Citerea, l'empio ferimmi
perché il mio figlio, il mio sovra ogni cosa
diletto Enea sottrassi dalla pugna,
che pugna non è più di Teucri e Achivi,
ma d'Achivi e di numi. - E a lei Dïona
inclita Diva replicò: Sopporta
in pace, o figlia, il tuo dolor; ché molti
degl'Immortali con alterno danno
molte soffrimmo dai mortali offese.
Le soffrì Marte il dì che gli Aloìdi
Oto e il forte Efïalte l'annodaro
d'aspre catene. Un anno avvinto e un mese
in carcere di ferro egli si stette,
e forse vi perìa, se la leggiadra
madrigna Eeribèa nol rivelava
ma d'Ilio alla gran torre. Udito avendo
dell'inimico un furïoso assalto
e de' Teucri la rotta, la meschina
corre verso le mura a simiglianza
di forsennata, e la fedel nutrice
col pargoletto in braccio l'acccompagna.
Finito non avea queste parole
la guardïana, che veloce Ettorre
dalle soglie si spicca, e ripetendo
il già corso sentier, fende diritto
del grand'Ilio le piazze: ed alle Scee,
onde al campo è l'uscita, ecco d'incontro
Andromaca venirgli, illustre germe
d'Eezïone, abitator dell'alta
Ipoplaco selvosa, e de' Cilìci
dominator nell'ipoplacia Tebe.
Ei ricca di gran dote al grande Ettorre
diede a sposa costei ch'ivi allor corse
ad incontrarlo; e seco iva l'ancella
tra le braccia portando il pargoletto
unico figlio dell'eroe troiano,
bambin leggiadro come stella. Il padre
Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
Astïanatte, perché il padre ei solo
era dell'alta Troia il difensore.
Sorrise Ettorre nel vederlo, e tacque.
Ma di gran pianto Andromaca bagnata
accostossi al marito, e per la mano
strignendolo, e per nome in dolce suono
chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!
il tuo valor ti perderà: nessuna
pietà del figlio né di me tu senti,
crudel, di me che vedova infelice
rimarrommi tra poco, perché tutti
di conserto gli Achei contro te solo
si scaglieranno a trucidarti intesi;
e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,
l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa!
ch'altro mi resta che perpetuo pianto?
Orba del padre io sono e della madre.
M'uccise il padre lo spietato Achille
il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa
popolosa città Tebe distrusse:
m'uccise, io dico, Eezïon quel crudo;
ma dispogliarlo non osò, compreso
da divino terror. Quindi con tutte
l'armi sul rogo il corpo ne compose,
e un tumulo gli alzò cui di frondosi
olmi le figlie dell'Egìoco Giove
l'Oreadi pietose incoronaro.
Di ben sette fratelli iva superba
la mia casa. Di questi in un sol giorno
lo stesso figlio della Dea sospinse
l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo
alle mugghianti mandre ed alle gregge.
Della boscosa Ipoplaco reina
mi rimanea la madre. Il vincitore
coll'altre prede qua l'addusse, e poscia
per largo prezzo in libertà la pose.
Ma questa pure, ahimè! nelle paterne
stanze lo stral d'Artèmide trafisse.
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito. Abbi deh! dunque
di me pietade, e qui rimanti meco
a questa torre, né voler che sia
vedova la consorte, orfano il figlio.
Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
ove il nemico alla città scoperse
più agevole salita e più spedito
lo scalar delle mura. O che agli Achei
abbia mostro quel varco un indovino,
o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,
questo ti basti che i più forti quivi
già fêr tre volte di valor periglio,
ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro
sire di Creta ed il fatal Tidìde.
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo appresi
ad esser forte, ed a volar tra' primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor mel dice,
verrà giorno che il sacro iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o donna,
sì di questi il dolor, quanto il crudele
tuo destino, se fia che qualche Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
dar dentro colla turba; o negli agguati
perigliarti co' primi infra gli Achei,
ché ogni rischio t'è morte. Assai per certo
meglio ti torna di ciascun che franco
nella grand'oste achea contro ti dica,
gli avuti doni in securtà rapire.
Ma se questa non fosse, a cui comandi,
spregiata gente e vil, tu non saresti
del popol tuo divorator tiranno,
e l'ultimo de' torti avresti or fatto.
Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro
per questo scettro (che diviso un giorno
dal montano suo tronco unqua né ramo
né fronda metterà, né mai virgulto
germoglierà, poiché gli tolse il ferro
con la scorza le chiome, ed ora in pugno
sel portano gli Achei che posti sono
del giusto a guardia e delle sante leggi
ricevute dal ciel), per questo io giuro,
e invïolato sacramento il tieni:
stagion verrà che negli Achei si svegli
desiderio d'Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell'omicida Ettòr farà vermigli
di larga strage i campi: e allor di rabbia
il cor ti roderai, ché sì villana
al più forte de' Greci onta facesti.
Disse; e gittò lo scettro a terra, adorno
d'aurei chiovi, e s'assise. Ardea l'Atride
di novello furor, quando nel mezzo
surse de' Pilii l'orator, Nestorre
facondo sì, che di sua bocca uscièno
più che mel dolci d'eloquenza i rivi.
Di parlanti con lui nati e cresciuti
nell'alma Pilo ei già trascorse avea
due vite, e nella terza allor regnava.
Con prudenti parole il santo veglio
così loro a dir prese: Eterni Dei!
Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Prìamo
gioia s'appresta ed a' suoi figli e a tutta
la dardania città, quando fra loro
di voi s'intenda la fatal contesa,
di voi che tutti di valor vincete
e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate,
ché minor d'anni di me siete entrambi;
ed io pur con eroi son visso un tempo
di voi più prodi, e non fui loro a vile:
ned altri tali io vidi unqua, né spero
di riveder più mai, quale un Drïante
moderator di genti, e Piritòo,
Cèneo ed Essadio e Polifemo uom divo,
e l'Egìde Teseo pari ad un nume.
Alme più forti non nudrìa la terra,
e forti essendo combattean co' forti,
co' montani Centauri, e strage orrenda
ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso
partendomi da Pilo e dal lontano
Apio confine, a conversar venìa,
e secondo mie forze anch'io pugnava.
Ma di quanti mortali or crea la terra
niun potrìa pareggiarli. E nondimeno
da quei prestanti orecchio il mio consiglio
ed il mio detto obbedïenza ottenne.
E voi pur anco m'obbedite adunque,
ché l'obbedirmi or giova. Inclito Atride,
deh non voler, sebben sì grande, a questi
tor la fanciulla; ma ch'ei s'abbia in pace
da' Greci il dato guiderdon consenti:
né tu cozzar con inimico petto
contra il rege, o Pelìde. Un re supremo,
cui d'alta maestà Giove circonda,
uguaglianza d'onore unqua non soffre.
Se generato d'una diva madre
tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio,
te di poter, perché a più genti impera.
Deh pon giù l'ira, Atride, e placherassi
pure Achille al mio prego, ei che de' Greci
in sì ria guerra è principal sostegno.
Tu rettissimo parli, o saggio antico,
pronto riprese il regnatore Atride;
ma costui tutti soverchiar presume,
tutti a schiavi tener, dar legge a tutti,
tutti gravar del suo comando. Ed io
potrei patirlo? Io no. Se il fêro i numi
un invitto guerrier, forse pur anco
di tanto insolentir gli diero il dritto?
Tagliò quel dire Achille, e gli rispose:
Un pauroso, un vil certo sarei
se d'ogni cenno tuo ligio foss'io.
Altrui comanda, a me non già; ch'io teco
sciolto di tutta obbedienza or sono.
Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo
lo rinserra del cor. Per la fanciulla
un dì donata, ingiustamente or tolta,
né con te né con altri il brando mio
combatterà. Ma di quant'altre spoglie
nella nave mi serbo, né pur una,
s'io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi,
vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente
dalla mia lancia farà saggio altrui.
densa corona, di sue forze altero
volve dintorno i truci occhi, né teme
la tempesta de' dardi né la morte,
ma generoso si rigira e guarda
dove slanciarsi fra gli armati, e ovunque
urta, s'arretra degli armati il cerchio;
tal fra l'armi s'avvolge il teucro duce,
i suoi spronando a valicar la fossa.
Ma non l'ardìan gli ardenti corridori
che mettean fermi all'orlo alti nitriti,
dal varco spaventati arduo a saltarsi
e a tragittarsi: perocché dintorno
s'aprìan profondi precipizi, e il sommo
margo d'acuti pali era munito,
di che folto v'avean contro il nemico
confitto un bosco gli operosi Achei,
tal che passarvi non potean le rote
di volubile cocchio. Ma bramosi
ardean d'entrarvi e superarlo i fanti.
Fattosi innanzi allor Polidamante
ad Ettore sì disse: Ettore, e voi
duci troiani e collegati, udite.
Stolto ardire è il cacciar dentro la fossa
gli animosi cavalli. E non vedete
il difficile passo e la foresta
d'acute travi, che circonda il muro?
Di niuna guisa ai cavalier non lice
calarsi in quelle strette a far conflitto,
senza periglio di mortal ferita.
Se il Tonante in suo sdegno ha risoluta
degli Achei la ruina e il nostro scampo,
ben io vorrei che questo intervenisse
qui tosto, e che dal caro Argo lontani
perdesser tutti coll'onor la vita.
Ma se voltano fronte, e dalle navi
erompendo con impeto, nel fondo
ne stringono del fosso, allor, cred'io,
niuno in Troia di noi nunzio ritorna
salvo dal ferro de' conversi Achei.
Diam dunque effetto a un mio pensier. Sul fosso
ogni auriga rattenga i corridori,
e noi pedoni, corazzati e densi
tutti in punto seguiam l'orme d'Ettorre.
Non sosterranno il nostro urto gli Achivi,
se l'ora estrema del lor fato è giunta.
Disse; e ad Ettore piacque il saggio avviso.
Balzò dunque dal carro incontanente
tutto nell'armi, e balzâr gli altri a gara,
visto l'esempio di quel divo. Ognuno
fe' precetto all'auriga di sostarsi
co' destrieri alla fossa in ordinanza;
ed essi in cinque battaglion divisi
seguiro i duci. Andò la prima squadra
con Ettore e col buon Polidamante,
ed era questa il fiore e il maggior nerbo
de' combattenti, desïosi tutti
di spezzar l'alto muro, e su le navi
portar la pugna: terzo condottiero
li seguìa Cebrïon, messo in sua vece
alla custodia dell'ettoreo carro
altro men prode auriga. Erano i duci
della seconda Paride, Alcatòo
ed Agenorre. Della terza il divo
Dëifobo ed Elèno ed Asio, il prode
d'Irtaco figlio, cui d'Arisba a Troia
portarono e dall'onda Selleente
due destrier di gran corpo e biondo pelo.
Capitan della quarta era d'Anchise
l'egregia prole, Enea, co' due d'Antènore
pugnaci figli Archìloco e Acamante.
Degl'incliti alleati è condottiero
Sarpedonte, con Glauco e Asteropèo,
da lui compagni del comando assunti
come i più forti dopo sé, tenuto
il più forte di tutti. In ordinanza
posti i cinque drappelli, e di taurine
targhe coperti, mossero animosi
contro gli Achei, sperando entro le navi
precipitarsi alfin senza ritegno.
Mentre tutti e Troiani ed alleati
al consiglio obbedìan dell'incolpato
Polidamante, il duce Asio sol esso
lasciar né auriga né corsier non volle,
ma vêr le navi li sospinse. Insano!
Que' corsieri, quel cocchio, ond'egli esulta,
nol torranno alla morte, e dalle navi
in Ilio no nol torneran. La nera
Parca già il copre, e all'asta lo consacra
del chiaro Deucalìde Idomenèo.
Alla sinistra del naval recinto
ove carri e cavalli in gran tumulto
venìan cacciando i fuggitivi Achei,
spins'egli i suoi corsier verso la porta,
non già di sbarre assicurata e chiusa,
ma spalancata e da guerrier difesa
a scampo de' fuggenti. Il coraggioso
flagellò drittamente i corridori
a quella volta, e con acute grida
altri il seguìan, sperandosi che rotti,
senza far testa, nelle navi in salvo
Polibo, io dico, ed il preclaro Agènore,
ed Acamante, giovinetto a cui
di celeste beltà fiorìa la guancia.
Maestoso fra tutti Ettor si volve
coll'egual d'ogni parte ampio pavese.
E qual di Sirio la funesta stella
or senza vel fiammeggia ed or rientra
nel buio delle nubi, a tal sembianza
or nelle prime file or nell'estreme
Ettore comparìa dando per tutto
provvidenza e comandi, e tutta d'arme
rilucea la persona, e folgorava
come il baleno dell'Egìoco Giove.
Qual di ricco padron nel campo vanno
i mietitori con opposte fronti
falciando l'orzo od il frumento; in lunga
serie recise cadono le bionde
figlie de' solchi, e in un momento ingombra
di manipoli tutta è la campagna;
così Teucri ed Achei gli uni su gli altri
irruendo si mietono col ferro
in mutua strage. Immemore ciascuno
di vil fuga, e guerrier contra guerriero
pugnan tutti del pari, e si van contra
coll'impeto de' lupi. A riguardarli
sta la Discordia, e della strage esulta
a cui sola de' numi era presente.
Sedeansi gli altri taciturni in cielo
in sua magion ciascuno, edificata
su gli ardui gioghi del sereno Olimpo.
Ivi ognuno in suo cor fremea di sdegno
contro l'alto de' nembi addensatore,
che dar vittoria a' Troi volea; ma nullo
pensier si prende di quell'ira il padre
che in sua gloria esultante e tutto solo
in disparte sedea, Troia mirando
e l'achee navi, e il folgorar dell'armi,
e il ferire e il morir de' combattenti.
Finché il mattin processe, e crebbe il sacro
raggio del giorno, d'ambe parti eguale
si mantenne la strage. Ma nell'ora
che in montana foresta il legnaiuolo
pon mano al parco desinar, sentendo
dall'assiduo tagliar cerri ed abeti
stanche le braccia e fastidito il core,
e dolce per la mente e per le membra
serpe del cibo il natural desìo,
prevalse la virtù de' forti Argivi,
che animando lor file e compagnie
sbaragliâr le nemiche. Agamennóne
saltò primier nel mezzo, e Bïanorre,
pastor di genti, uccise, indi Oilèo,
suo compagno ed auriga. Era dal carro
costui sceso d'un salto, e gli venìa
dirittamente contro. A mezza fronte
coll'acuta asta lo colpì l'Atride.
Non resse al colpo la celata; il ferro
penetrò l'elmo e l'osso, e tutto interna-
mente di sangue gli allagò il cerèbro.
Così l'audace assalitor fu domo.
Rapì d'ambo le spoglie Agamennóne,
e nudi il petto li lasciò supini.
Andò poscia diretto ad assalire
due di Priamo figliuoli, Iso ed Antifo,
l'un frutto d'Imeneo, l'altro d'Amore.
Venìano entrambi sul medesmo cocchio
i fratelli: reggeva Iso i destrieri,
Antifo combattea. Sul balzo d'Ida
aveali un giorno sopraggiunti Achille,
mentre pascean le gregge, e di pieghevoli
vermene avvinti, e poi disciolti a prezzo.
Ed or l'Atride Agamennón coll'asta
spalanca ad Iso tra le mamme il petto,
fiede di brando Antifo nella tempia,
e lo spiomba dal cocchio. Immantinente
delle bell'armi li dispoglia entrambi,
che ben li conoscea dal dì che Achille
dai boschi d'Ida prigionier li trasse
seco alle navi, ed ei notonne i volti.
Come quando un lïon nel covo entrato
d'agil cerva, ne sbrana agevolmente
i pargoli portati, e li maciulla
co' forti denti mormorando e sperde
l'anime tenerelle; la vicina
misera madre, non che dar soccorso,
compresa di terror fugge veloce
per le dense boscaglie, e trafelando
suda al pensier della possente belva:
così nullo de' Troi poteo da morte
salvar que' due: ma tutti anzi le spalle
conversero agli Achivi. Assalse ei dopo
Ippòloco e Pisandro, ambo figliuoli
del bellicoso Antìmaco, di quello
che da Paride compro per molt'oro
e ricchi doni, d'Elena impedìa
il rimando al marito. I figli adunque
di costui colse al varco Agamennóne
sovra un medesmo carro ambo volanti,
e turbati e smarriti; ché pel campo
sfrenaronsi i destrieri, e dalla mano
se troiano od acheo, mal tu sapresti
discernere, sì fervido ei trascorre
il campo tutto; simile alla piena
di tumido torrente che cresciuto
dalle piogge di Giove, ed improvviso
precipitando i saldi ponti abbatte
debil freno alle fiere onde, e de' verdi
campi i ripari rovesciando, ingoia
con fragor le speranze e le fatiche
de' gagliardi coloni: a questa guisa
sgominava il Tidìde e dissipava
le caterve de' Troi, che sostenerne
non potean, benché molti, la ruina.
Come Pandaro il vide sì furente
scorrere il campo, e tutte a sé dinanzi
scompigliar le falangi, alla sua mira
curvò subito l'arco, e l'irruente
eroe percosse alla diritta spalla.
Entrò pel cavo dell'usbergo il crudo
strale, e forollo, e il sanguinò. Coraggio,
forte allora gridò l'inclito figlio
di Licaon, magnanimi Troiani,
stimolate i cavalli, ritornate
alla pugna. Ferito è degli Achei
il più forte guerrier, né credo ei possa
a lungo tollerar l'acerbo colpo,
se vano feritor non mi sospinse
qua dalla Licia il re dell'arco Apollo.
Così gridava il vantator. Ma domo
non restò da quel colpo Dïomede,
che ritraendo il passo, e de' cavalli
coprendosi e del cocchio, al suo fedele
Capaneìde si rivolse, e disse:
Corri, Stènelo mio, scendi dal carro,
e dall'omero tosto mi divelli
questo acerbo quadrel. - Diè un salto a terra
Stènelo e corse, e l'aspro stral gli svelse
dall'omero trafitto. Per la maglia
dell'usbergo spicciava il caldo sangue,
e imperturbato sì l'eroe pregava:
Invitta figlia dell'Egìoco Giove,
se nelle ardenti pugne unqua a me fosti
del tuo favor cortese e al mio gran padre,
odimi, o Dea Minerva, ed or di nuovo
m'assisti, e al tiro della lancia mia
manda il mio feritor: dammi ch'io spegna
questo ventoso nebulon che grida
ch'io del Sol non vedrò più l'aurea luce.
Udì la Diva il prego, e a lui repente
e mani e piedi e tutta la persona
agile rese, e fattasi vicina
e manifesta disse: Ti rinfranca
Dïomede, e co' Troi pugna securo;
ch'io del tuo grande genitor Tidèo
l'invitta gagliardìa ti pongo in petto,
e la nube dagli occhi ecco ti sgombro
che la vista mortal t'appanna e grava,
onde tu ben discerna le divine
e l'umane sembianze. Ove alcun Dio
qui ti venga a tentar, tu con gli Eterni
non cimentarti, no; ma se in conflitto
vien la figlia di Giove Citerea,
l'acuto ferro adopra, e la ferisci.
Sparve, ciò detto, la cerulea Diva.
Allor diè volta e si mischiò tra' primi
combattenti il Tidìde, a pugnar pronto
più che prima d'assai; ché in quel momento
triplice in petto si sentì la forza.
Come lïon che, mentre il gregge assalta,
ferito dal pastor, ma non ucciso,
vie più s'infuria, e superando tutte
resistenze si slancia entro l'ovile:
derelitte, tremanti ed affollate
l'una addosso dell'altra si riversano
le pecorelle, ed ei vi salta in mezzo
con ingordo furor: tal dentro ai Teucri
diede il forte Tidìde. A prima giunta
Astìnoo uccise ed Ipenòr: trafisse
l'uno coll'asta alla mammella; all'altro
la paletta dell'omero percosse
con tale un colpo della grande spada,
che gli spiccò dal collo e dalla schiena
l'omero netto. Dopo questi addosso
ad Abante si spicca e a Poliido,
figli del veglio interprete di sogni
Euridamante; ma il meschin non seppe
nella lor dipartenza a questa volta
divinarne il destin, ch'ambi il Tidìde
li pose a morte e li spogliò. Drizzossi
quindi a Xanto e Faon figli a Fenopo,
ambo a lui nati nell'età canuta.
In amara vecchiezza il derelitto
genitor si struggea, ché d'altra prole,
cui sua reda lasciar, lieto non era.
Gli spense ambo il Tidìde, e lor togliendo
la cara vita, in aspre cure e in pianti
pose il misero padre, a cui negato
fu il vederli tornar dalla battaglia
salvi al suo seno; e di lui morto in lutto
ignoti eredi si partîr l'avere.
di Meleagro, e la destò la madre
Altèa che, forte pe' fratelli uccisi
crucciosa, il figlio maledisse, e il suolo
colle man percotendo inginocchiata
e forsennata con orrendi preghi
di gran pianto confusi il negro Pluto
supplicava e la rigida mogliera
di dar morte all'eroe: né dal profondo
orco fu sorda l'implacata Erinni.
Del materno furor sdegnato il figlio
lungi dall'armi si ritrasse in braccio
alla bella consorte Cleopatra,
di Marpissa Evenina e del possente
Ida figliuola, di quell'Ida io dico
che tra' guerrieri de' suoi tempi il grido
di fortissimo avea, tanto che contra
lo stesso Apollo per la tolta ninfa
ardì l'arco impugnar. Mutato poscia
di Cleopatra il nome, i genitori
la chiamaro Alcïon, perché simìle
alla mesta Alcïon gemea la madre
quando rapilla il saettante Iddio.
Con gran furore intanto eran le porte
di Calidone e le turrite mura
combattute e percosse. Eletta schiera
di venerandi vegli e sacerdoti
a Meleagro deputati il prega
di venir, di respingere il nemico,
a sua scelta offerendo di cinquanta
iugeri il dono, del miglior terreno
di tutto il caledonio almo paese,
parte alle viti acconcio e parte al solco.
Molto egli pure il genitor lo prega,
dell'adirato figlio alle sublimi
soglie traendo il senil fianco, e in voce
supplicante del talamo picchiando
alle sbarrate porte. Anche le suore,
anche la madre già pentita orando
chiedean mercede; ed ei più fermo ognora
la ricusava. Accorsero gli amici
i più cari e diletti; e su quel core
nulla poteva degli amici il prego:
finché le porte da sonori e spessi
colpi battute, lo fêr certo alfine
che scalate i Cureti avean le mura,
e messo il foco alla città. Piangente
la sua bella consorte allor si fece
a deprecarlo, ed alla mente tutti
d'una presa città gli orrendi mali
gli dipinse: trafitti i cittadini,
arse le case, ed in catene i figli
strascinati e le spose. Si commosse
all'atroce pensier l'alma superba,
prese l'armi, volò, vinse, e gli Etòli
salvò; ma solo dal suo cor sospinto.
Quindi alcun dono non ottenne, e il tardo
beneficio rimase inonorato.
Non imitar cotesto esempio, o figlio,
né vi ti spinga demone maligno:
ché il soccorso indugiar, finché le navi
s'incendano, maggior onta sarìa.
Vieni, imita gli Dei, gli offerti doni
non disdegnar. Se li dispregi, e poscia
volontario combatti, egual non fia,
benché ritorni vincitor, l'onore.
Qui tacque il veglio, e brevemente Achille
in questi detti replicò: Fenice,
caro alunno di Giove, ed a me caro
padre, di questo onor non ho bisogno.
L'onor ch'io cerco mi verrà da Giove,
e qui pure davanti a queste antenne
l'avrò fin che vitale aura mi spiri,
fin che il piè mi sorregga. Altra or vo' dirti
cosa che in mente riporrai. Per farti
grato all'Atride non venir con pianti
né con lagni a turbarmi il cor più mai.
Non amar contra il giusto il mio nemico,
se l'amor mio t'è caro, e meco offendi
chi m'offende, ché questo ti sta meglio.
Del mio regno partecipa, e diviso
sia teco ogni onor mio. Riporteranno
questi le mie risposte, e tu qui dormi
sovra morbi